Il racconto all'origine delle teste di moro è una storia d'amore che finisce in omicidio: una donna scopre che l'uomo che ama deve tornare da un'altra famiglia, lo uccide nel sonno e ne usa la testa come vaso, piantandoci dentro del basilico. È ambientato a Palermo, nel quartiere che gli arabi chiamavano al-Khālisa, in un'epoca in cui la Sicilia era governata dal mondo islamico.
Fin qui la versione che si sente più spesso. Non è però l'unica, e le differenze fra una e l'altra non sono dettagli: cambia chi uccide, cambia il movente, a volte cambia perfino la città. Qui le mettiamo in fila. Poi guardiamo che cosa di quel racconto sia ancora leggibile su una testa appena uscita dal forno.
La versione più conosciuta
Siamo a Palermo, intorno all'XI secolo. Il quartiere è la Kalsa, dall'arabo al-Khālisa, «l'eletta»: la cittadella fortificata che l'emiro Khalil fece costruire nel 937 per ospitare la corte, il palazzo di governo e gli uffici. Non un quartiere qualsiasi, quindi, ma il centro del potere di una città che in quegli anni era fra le più popolose del Mediterraneo.
In una casa con il balcone affacciato sulla strada vive una ragazza che passa il tempo a curare le sue piante. Un uomo passa di lì, la vede, se ne innamora e trova il modo di parlarle. Lei ricambia. Poi arriva la notizia che rovina tutto: lui ha moglie e figli dall'altra parte del mare, e prima o poi tornerà da loro.
Quello che succede dopo è la parte che tutti ricordano. Lei aspetta la notte. Quando lui dorme lo uccide, gli stacca la testa e ne ricava un vaso. Ci pianta il basilico e appoggia tutto sul balcone, dove si vede bene.
Il senso del gesto è dichiarato: se non può tenerlo vivo, lo tiene comunque. La pianta cresce rigogliosa, i vicini se ne accorgono e, per non restare indietro, ordinano vasi della stessa foggia. Da lì, secondo il racconto, l'oggetto entra nelle case siciliane e non ne esce più.
Le versioni non coincidono, e va detto
Chi cerca «la vera leggenda» si scontra con un fatto semplice: è un racconto orale, quindi non ha un originale. Circola in forme diverse, e le differenze cadono sempre negli stessi tre punti.
Chi uccide chi
Nella versione più diffusa è lei a uccidere lui. In un'altra sono i fratelli o il padre della ragazza a scoprire la relazione e a punirla, uccidendo entrambi i giovani: in questo caso le due teste esposte sono quelle di tutti e due gli amanti, e il senso cambia in profondità. Non è più gelosia, è una famiglia che non accetta l'unione.
Il movente
La moglie che aspetta in Oriente è la spiegazione più raccontata. Ne circolano altre: che lui avesse mentito sulla propria identità, oppure che dovesse semplicemente ripartire perché il suo posto era altrove. Cambia il colore morale della storia, e di conseguenza cambia anche il significato che si attribuisce all'oggetto.
Il luogo
Palermo è l'ambientazione classica. In alcune varianti la scena si sposta in altre città dell'isola, quasi sempre città con una tradizione ceramica forte, per un motivo abbastanza evidente: ogni luogo di produzione ha interesse a raccontare che tutto è cominciato lì.
Il vaso di basilico esisteva già: Boccaccio e Lisabetta da Messina
C'è un particolare che vale la pena seguire, perché sposta la leggenda dal folclore alla letteratura.
Nel Decameron, quarta giornata, quinta novella, Boccaccio racconta di Lisabetta da Messina. Lisabetta ama Lorenzo, che lavora per i suoi tre fratelli mercanti. I fratelli lo scoprono, lo portano fuori città e lo uccidono. Lei ritrova il corpo, gli taglia la testa, la nasconde in un vaso e ci pianta sopra del basilico, che innaffia con le proprie lacrime finché i fratelli non le portano via anche quello.
La novella è del Trecento ed è ambientata in Sicilia. Il nucleo è identico a quello della nostra leggenda, con i ruoli spostati: qui a uccidere sono i fratelli, non la donna. Ed è esattamente la variante siciliana in cui la famiglia punisce i due amanti.
La storia ha avuto una seconda vita fuori dall'Italia: nel 1818 John Keats la riscrisse in versi come Isabella, or the Pot of Basil, e da lì passò alla pittura preraffaellita, che ne fece un soggetto ricorrente. Il vaso di basilico con dentro una testa è quindi un motivo che viaggia da secoli, molto prima che qualcuno lo modellasse in ceramica.
Non è una curiosità da eruditi. Spiega perché questo racconto abbia attecchito così bene in Sicilia: non è nato dal nulla, si è innestato su qualcosa che circolava già.
Liquid error (snippets/blog-collection-featured line 21): comparison of String with 0 failedDalla leggenda all'oggetto: due date diverse
Qui serve una precisazione che di solito salta.
La leggenda è ambientata nell'XI secolo. La testa di moro in ceramica come la conosciamo oggi è molto più recente. Sono due cose distinte e vengono continuamente confuse, spesso in buona fede, perché fa comodo far coincidere l'età del racconto con l'età dell'oggetto.
Il racconto arriva dalla Sicilia islamica, cioè dai due secoli e mezzo abbondanti che vanno dallo sbarco arabo dell'827 all'arrivo dei normanni. La maiolica siciliana come tecnica matura molto dopo, e il vaso antropomorfo smaltato che oggi chiamiamo testa di moro appartiene a una fase ancora successiva della produzione da bottega.
Quello che si può dire con sicurezza è che l'oggetto ha una storia sua, fatta di argilla, forni e mani, che corre parallela alla storia raccontata senza sovrapporsi.
Che cosa resta del racconto sul pezzo in vendita
Questa è la parte che rende la leggenda utile e non solo pittoresca. Su una testa uscita dal nostro laboratorio quasi tutto quello che si vede ha un rimando al racconto.
La cavità
È l'elemento che nessuno guarda e che spiega tutto il resto. La testa è cava perché nella storia doveva contenere una pianta. Non è una scultura svuotata in cima per comodità: nasce contenitore. Tenerla vuota non è un errore, ma resta un vaso.
Il volto e l'espressione
I lineamenti si ritoccano a mano uno per uno, ed è il motivo per cui due teste dello stesso modello non hanno mai esattamente lo stesso sguardo. Nel racconto l'uomo viene da fuori e la donna è del posto: sulle linee tradizionali quella differenza si legge ancora nel taglio degli occhi e della bocca.
La corona
Sul volto maschile dichiara il rango: in quasi tutte le versioni lui non è un uomo qualunque. Sul volto femminile diventa diadema o ghirlanda, più bassa e più fitta di decoro.
I frutti e i fiori
Melograni, limoni, fichi d'india, rose, uva. Non sono ornamento generico: sono la produzione della terra intorno a Caltagirone e valgono come augurio di abbondanza. Il melograno, pieno di semi, è quello che in tutto il Mediterraneo si lega alla fecondità.
Gioielli, turbante, collane
Orecchini, collane, il turbante avvolto: sono i segni dell'Oriente dentro un oggetto fatto in Sicilia. È il punto in cui la leggenda dice la cosa più interessante che ha da dire, cioè che questo simbolo nasce da un incontro e non da una separazione.
I colori
Blu di cobalto, verde ramina, giallo antimonio, bruno di manganese: la tavolozza storica della maiolica siciliana. Gli smalti a base di caolino su cui si stendono vengono da ricette di origine orientale, conservate e tramandate dagli arabi. Anche il colore, insomma, racconta la stessa storia del soggetto.
Perché sono due
Le teste si espongono quasi sempre a due a due, un uomo e una donna, e il motivo diventa ovvio una volta letta la leggenda: sono i due protagonisti. Tenerne una sola non è un errore, ed è quello che fanno molte case per ragioni di spazio. La coppia però porta un significato in più, ed è la ragione per cui resta il regalo di nozze siciliano più classico. Ne abbiamo scritto in regalare una testa di moro.
Perché questa storia è tornata a girare
Dai balconi siciliani le teste non sono mai sparite, ma negli ultimi anni sono uscite dall'isola. La moda le ha portate in passerella, il turismo le ha rese l'immagine riassuntiva della Sicilia, le fotografie di viaggio hanno fatto il resto. Il risultato è che molte persone oggi comprano l'oggetto prima di conoscere il racconto, che è l'esatto contrario di come funzionava una volta. Non è un male, ed è il motivo per cui una pagina come questa serve.
Domande frequenti sulla leggenda
La leggenda delle teste di moro è una storia vera?
No, o almeno non esiste alcun documento che colleghi il racconto a fatti realmente accaduti. È una leggenda, cioè una narrazione tramandata a voce e messa per iscritto in più forme diverse. Il contesto storico in cui è ambientata, quello sì, è reale.
Perché si chiamano «moro»?
Perché è il personaggio maschile del racconto, e «moro» era la parola con cui in Europa si indicavano alla larga le genti della sponda sud del Mediterraneo. Non se la davano da soli: gliel'hanno messa addosso da questa parte del mare. L'origine precisa del termine sta in che cosa significano le teste di moro.
Perché proprio il basilico?
Nelle versioni del racconto il basilico è la pianta che cresce nella testa, ed è la stessa scelta che fa Boccaccio con Lisabetta. Ha un profumo forte, cresce in fretta e sta bene in vaso. Nella leggenda serve a rendere visibile una cosa nascosta: più la pianta prospera, più si guarda il vaso.
La leggenda è di Caltagirone o di Palermo?
Il racconto è ambientato a Palermo. La produzione dell'oggetto in ceramica è invece legata soprattutto a Caltagirone, dove la lavorazione della maiolica è un mestiere di città da secoli. Sono due storie che a un certo punto si sono incontrate.
Serve conoscere la leggenda per comprarne una?
No, ma cambia quello che si compra. Chi la conosce guarda la cavità, la corona e i frutti e capisce perché ci sono. Chi non la conosce vede solo un bel vaso.
Riconoscere la storia nell'oggetto
C'è un modo semplice per capire se tutto questo è servito: mettersi davanti a una testa e provare a rintracciarci le scene. L'incavo che doveva reggere il basilico. La corona, che dichiara chi era lui. I melograni e i limoni, che vengono dalla campagna qui attorno. Nella collezione teste di moro ci sono i pezzi che nascono nel nostro laboratorio, in altezze comprese fra 15 e 70 centimetri, e ognuno tiene insieme quegli elementi in una combinazione sua.